mercoledì 7 gennaio 2015

Intervista a James Taylor leader del JTQ

 
James Taylor durante i primi anni ottanta è il tastierista del gruppo rock inglese The Prisoners e nel 1987, dopo lo scioglimento della band, decide di fondare un suo gruppo; il James Taylor Quartet. La musica proposta è prettamente strumentale ed è ispirata alla musica funk dei film blaxploitation degli anni settanta ma anche al soul R&B dei Booker T. & the M.G.s. La passione per i temi cinematografici si manifesta già nel primo lp della band, Mission Impossible, una raccolta di cover di sigle di film  eseguite con l’hammond, la chitarra elettrica, il basso e la batteria. Con il tempo la reputazione del gruppo cresce grazie anche agli innumerevoli concerti  basati  su sonorità funky wha-wha che includono ampi spazi per gli assoli e un attivo coinvolgimento del pubblico.
Agli inizi degli anni novanta il gruppo cambia sound, includendo nella formazione anche cantanti come Rose Windross, Alison Limerick e Noel McKoy. Il singolo Love The Life raggiunge un buon livello di vendite , ma  è soprattutto l'album In The Hand Of The Inevitable, sull’onda del movimento Acid jazz, il disco più venduto del gruppo.
Nel nuovo millennio avviene un nuovo cambio di direzione verso un sound più funk e strumentale ed un ritorno alla originaria formazione a quattro, almeno per quanto riguarda i concerti dal vivo.
La band inglese si è recentemente esibita dal vivo a Roma al Rising love e Musicittà ha avuto modo, durante il sound-check pomeridiano, di avvicinare James Taylor per fargli qualche interessante domanda riguardo la musica e la storia del JTQ.
 
 
 

Intervista a James Taylor del James Taylor Quartet

 


 
MUSICITTÀ: Ciao James, siamo veramente felici di incontrarti.
Vorrei iniziare chiedendoti come hai fatto a mantenere intatta la tua passione, che si manifesta ad ogni concerto ed in ogni tuo album, per più di un quarto di secolo. Quale è il tuo segreto? Da dove trai la tua  ispirazione?
 
JT: Dalle persone, dal coraggio umano e dalla speranza. Sai mi riferisco alla gente comune che affronta la disperazione della vita rimettendo tutto in gioco. I musicisti spesso riescono a riflettere ciò che accade intorno a loro.
Inoltre devo dirti che un'altra fonte di grande ispirazione era mio padre, lui era un uomo veramente in gamba. Mi ha sempre spinto a creare cose belle, in particolare ad avere un ottimo  rapporto col pubblico. E’ quindi per me veramente profondo ed appagante riuscire  a fare qualcosa di bello.

 
MUSICITTÀ: All'inizio della tua carriera facevi parte del gruppo "The Prisoners”,  eravate una  band che si ispirava al Beat  ed al Soul degli anni '60, ci sono dei dischi di  quegli anni a  cui ti senti particolarmente legato?
 
 JT: Sì, miriadi, soprattutto da bambino. In quei tempi ero molto attaccato ai dischi dei Beatles e dei Rolling Stones. Molti di quei dischi per me sono ancora preziosi, ma non li ascolto più, ed è per questo che non me la sento di dire che sono particolarmente affezionato ad essi, anche se fanno comunque parte del mio percorso formativo. Ricordo che ero letteralmente infatuato della musica in cui vi erano le tastiere. Poteva anche  essere musica rock degli Stones ad esempio, ma se il disco aveva l’Hammond allora lo dovevo assolutamente avere.
 


Ian McLagan tastierista dei Small Faces


  
MUSICITTÀ: Saprai che alcuni giorni fa ci ha lasciato  Ian Mc Lagan il tastierista degli Small Faces.

JT: Oh Ian, lui era assolutamente un eroe per me.

MUSICITTÀ: Devo dirti che io sono una fan degli Small Faces.

JT: Anch'io. Infatti quando mi hai posto la domanda ho pensato che stavate per chiedermi se ci fosse stato un disco fondamentale per me e allora ti avrei detto "Ogdens' Nut Gone Flake". Oh, il modo con cui lui giocava con  i suoi strumenti, perché  si tratta di un sound complesso ed interessante e quando lo ascoltavo mi chiedevo "ma come fa ad ottenere quel suono da quell'organo?" E questo vale anche  per "Up The Wooden Hills to Bedfordshire" e per tutta la musica in cui si è esibito. Penso che fosse un ragazzo eccezionale. Ma purtroppo non ho mai avuto il piacere di incontrarlo personalmente.
 
 
MUSICITTÀ: Quale e’ stata la sua influenza su di te?

JT: Ha avuto una massiccia influenza su di me. Quando stasera suoneremo sentirete un pò di Ian Mc Flagan.
 
MUSICITTÀ: Tornando alla tua musica, devo dire che il modo in cui tu fondi jazz, R&b e funk non rende affatto facile descrivere il tuo sound. Comunque da un punto di vista femminile ho notato che riesci a dare grande spazio al romanticismo. Come fai a combinare ritmo e sentimento?
 
JT: Questa e’ una domanda veramente super! (rilasciando una risata contagiosa!) Nei miei dischi intendi?
 
MUSICITTÀ:  Specialmente sui tuoi album. Si.
 
JT: Stiamo parlando di un’area veramente interessante da esplorare,  penso che il trucco sta nel mantenerli separati, puoi solo  contrapporli e vedere la loro reazione se riuscirai ad avvicinarli. Stasera inizierò il concerto partendo con un tono pacato con un’intensità ritmica piuttosto bassa. Si tratta di un sound che definisco sentimental-impressionista. Il mio più grande eroe è Beethoven, lui riusciva a combinare il sentimento col romanticismo. E lo faceva passando dal sentimento a qualcosa di muscoloso, molto potente, e poi dopo passava a qualcosa di molto gentile, una sorta di bipolarismo puramente geniale.
 
 
James Taylor
 
MUSICITTÀ: Ascoltando i tuoi dischi sembra che ti piaccia molto fare cover di brani polizieschi, puoi dirci quali sono i criteri che segui nella scelta dei brani?
 
JT: Quando ero bambino eravamo letteralmente sommersi dai film polizieschi americani e spesso questi film facevano un pò schifo però le musiche erano splendide, e chi le scriveva?  Lalo Schifrin, lui si che era un genio ed infatti siamo ancora attratti  dalla qualità della sua musica.
Noi comunque, nei concerti, le cover le usiamo principalmente come “gancio” per quella fetta di pubblico che non ci conosce. Una parte del pubblico ci segue e sa tutto di noi, altri conoscono solo alcuni nostri brani. Le eseguiamo quindi per far interagire e rendere partecipe il pubblico e le decidiamo sul momento dato che non abbiamo una scaletta scritta. Sono gli spettatori a richiedercele e anche questo fa parte della nostra connessione con loro.
 
MUSICITTÀ: Hai anche partecipato ad una e vera propria colonna sonora, quella di Austin Powers. Ti è piaciuto il film? Come è stata la tua esperienza con l’industria cinematografica? Che differenza c’è nel lavorare per una grande produzione cinematografica rispetto a lavorare ad un album come The Money Spider*?
 
 
 
James Taylor ci invita ad allontanarci dal palco dove sta cominciando il soundcheck, ci accomodiamo quindi nel backstage del locale.
 
JT: Lavorare al film non è stato molto piacevole. Si appoggiavano su di me cercando di carpire le mie idee. Devo dire che mi hanno pagato molto bene ed è stato sicuramente gradevole essere invitato alla premiére del film assieme a mia moglie ma non ho tratto alcun giovamento da quell’esperienza hollywoodiana. Non mi hanno mai dato lo spazio di cui necessitavo  e alla fine suppongo che per me questa esperienza sia stata una rivelazione su come funzioni il mondo del cinema. Quindi ad  essere onesto con te devo dirti che mi sono sentito usato da quell’ambiente. Invece scrivere Money Spider è stato emozionante in quanto non avevo alcun vincolo, contava solo l’immaginazione e io credo molto nel suo potere.
Quando la tua ispirazione ti fa scaturire musica dalla visione di una o più immagini , allora è sicuro che otterrai, prima o poi, il favore del pubblico. Questa è stata l’abilità di gente come Lalo Schifrin che era capace di lavorare, colorare e drammatizzare una storia. E’ una strada molto interessante da percorrere. C’e’ molta gente in gamba che lavora proprio in questo campo.
 
 
 
 
MUSICITTÀ: Nel tempo il tuo sound si è progressivamente evoluto includendo anche fiati e vocalizzi. Possiamo comunque dire che il James Taylor Quartet è rimasto il tuo “Marchio di Fabbrica”?
 
JT: E’ da sempre rimasta la mia forma preferita di esibizione visto che la gente ama ascoltare l’Hammond. Sono stato strattonato in varie direzioni, ho flirtato con molte idee. Ho suonato in posti diversi. Ho lavorato con un’orchestra, con un coro ed il quartetto allo stesso tempo. Abbiamo lavorato anche con cento elementi sul palco. Ma il JTQ rimane il mio preferito.  Le persone che vengono ad ascoltarci  vogliono sentire l’organo, vogliono ascoltare quel suono. Ed è l’esperienza che più mi diverte. E’ la più pura e la meno corruttibile forma musicale che possiamo esprimere ed è la musica che ci piace fare di più.
 
MUSICITTÀ: La tua musica, in circa venticinque anni di carriera, si è progressivamente evoluta e con essa sono aumentati gli impegni e le fatiche.  Come fai ad ottenere il meglio dal tuo gruppo dopo tutti questi anni? Ci deve pur essere una sorta di disciplina.
 
JT: La collaborazione con altri musicisti su progetti musicali a lungo termine è molto fragile. C’è molto da viaggiare, molto tempo da passare in sala di registrazione e la scintilla creativa deve rimanere intatta. Non si tratta solo di talento, ma anche e soprattutto di professionalità e questi ragazzi non sono solo profondamente talentuosi  ma anche molto seri nel loro mestiere, sanno chi sono e cosa vogliono.  Vedi,  l’artista che sale sul palco è un po’ freak, oserei direi un pazzo.  In un certo senso suonando tira fuori i suoi demoni e il tutto diventa veramente bello e positivo fino a trasformarsi in un qualcosa molto vicino ad una lode.  Ed è per questo che il rapporto tra musicisti ha permanentemente bisogno di essere seguito in modo attento e delicato, è come un ballo. Tu sei molto sensibile nei loro confronti e loro lo sono nei tuoi. E se si riesce a stare sulla stessa lunghezza d’onda allora si può fare un buon lavoro insieme.
 
MUSICITTÀ: E questo spirito si avverte. Sembra che tu voglia abbracciare il tuo gruppo come se fosse la tua famiglia. Certo ci saranno stati dei momenti dove magari ci siete andati giù di pesante. Ma cosa succede quando si arriva ad una rottura, quando si perde un elemento a cui si è veramente legati?
 
JT: Perdere un musicista a cui vuoi bene, può veramente spezzarti il cuore. E’ molto doloroso. La mia idea è quella di creare qualcosa di umanamente adeguato. Spingerli ad salire sul palco per dare tutti il nostro massimo mi eccita moltissimo, come fossi un bambino, come mio padre ha fatto per me.
 
 
 
 
MUSICITTÀ: Sai apprezzo molto il fatto che tu parli di tuo padre nel modo in cui lo fai. Deve avere ancora un impatto positivo su di te. Abbiamo avuto modo di parlare con altri artisti che non si sono mai aperti così spontaneamente riguardo il loro background. Perciò volevo solo dirti che tuo padre sarebbe orgoglioso del lavoro che stai portando avanti e del fatto che tu lo ricordi spesso.
 
JT: E’ vero.  Ciò che vendo è  l’amore di mio padre.
 
 
MUSICITTÀ:  Se mi permetti devo dirti che non lo stai “vendendo” ma trasmettendo.
 
JT:  Hai perfettamente ragione, io trasmetto l’amore di mio padre.
 
MUSICITTÀ: Nel novecento l’Italia ha dato i natali a grandi musicisti come Piero Umiliani, Ennio Morricone, Armando Trovaioli & i Marc 4, Piero Piccioni ed altri,  ma tutti questi maestri, per varie ragioni, hanno ricevuto più riconoscimenti all’estero che in terra propria. Tu cosa ne pensi della loro musica?
 
JT: Davvero, non lo sapevo. Io odio questo. Quello che mi dici è molto triste perchè io adoro la loro musica, credo che il loro segreto era di saper armeggiare la tradizione operistica di Verdi , sapevano come drammatizzare  e come dipingere i loro sentimenti in musica.  Verdi per me è il re. Verdi a tutt’oggi influenza tutti i tipi di colonne sonore  ed è il mio numero uno, più di Beethoven.  Perché è riuscito a portare avanti la parte emotiva fino nelle sue parti più circoscritte.
Giuseppe Verdi e’ stato un uomo che conosceva bene cosa fosse la disperazione. Perse la moglie ed i figli prima di diventare famoso, e come compositore ha sempre combattuto per essere accettato.
 
MUSICITTÀ: Durante gli anni ’90 hai proposto un sound diverso rispetto ai tuoi esordi, proponendo spesso vocalist femminili, per poi ritornare ad una musica più strumentale. Che ricordi hai di quel periodo?
 
JT: Bè, ero molto giovane e quello fu il periodo della mia perdita dell’innocenza.
Fu come per Cesare attraversare il Rubicone e dopo non vedevo la via di ritorno. E’ stata la mia “fase edonista”.  Ho iniziato allora ad avere successo ma sono diventato tossicodipendente. Sono riuscito comunque a venirne fuori e rimettere le cose a posto. Ma c’era parecchia schifezza in quegli anni specialmente nell'ambiente dei musicisti. Infatti, il successo e la fama sono solo un mito. I miei ricordi felici appartengono al periodo precedente.
 
 
 
MUSICITTÀ: Ultimamente, hai incluso nella tua ricerca alcuni brani di impostazione classica come ad esempio "Dark August" e "Pearl’s Dance" ed hai interpretato la tua versione della “Pathetic Sonata n.8” di Beethoven su Closer to the Moon. Pensi che questa possa essere una nuova direzione da intraprendere o è solo una pausa nella tua ricerca funk & soul?
 
JT: E’ come riconoscere l’esistenza di estremi livelli di bellezza artistica, livelli che oggi raramente possono essere percepiti. Come musicista voglio continuare a comporre musica e continuare a  creare “sound sculptures”  seguendo la tradizione della musica creata dai grandi musicisti in modo che essa viva per l’eternità.   E questa è la direzione verso cui sto lavorando.
 
MUSICITTÀ: Nel tuo ultimo album hai deciso di cantare  “Closer to you”, ebbene, sei soddisfatto del risultato?
 
JT: No, non sono rimasto soddisfatto.
 
MUSICITTÀ: Pensi che canterai nuovamente?
 
JT: La voce è solo un altro strumento, solo che non lo so ancora usare bene. Ma comunque canterò ancora, lo farò stasera.
 
Il Quartet al Rising Love
 
MUSICITTÀ: Be’ credo di aver preso un bel po’ del tuo tempo e ti ringrazio per aver risposto a tutte le nostre domande.
 
JT: Devo dire che erano veramente ottime domande.
 
MUSICITTÀ: Grazie James, sono contenta che l'intervista ti sia piaciuta!
 
Intervista di Marina Parigiani

Per leggere l'intervista originale in inglese clicca su questo link
 
*Per chi non lo sapesse il 33 giri Money Spider fu concepito come la colonna sonora di un immaginario film di spionaggio.

 
 
 
 
 
 
 
 

 
 

 
 

 

mercoledì 19 novembre 2014

Intervista a James Senese, storico fondatore e leader dei Napoli centrale


James Senese è un sassofonista, compositore e cantante nato a Napoli durante la seconda guerra mondiale e figlio di un afro-americano.  Porta quindi nel sangue l'amore per il blues, il jazz ed il rock e inizia giovanissimo ad occuparsi di musica negli anni sessanta e dopo l'incontro con Mario Musella  entra a far parte degli Showmen con i quali incide diversi dischi. Terminati gli anni sessanta il gruppo si scioglie per poi riformarsi con il nome Showmen2,  viene inciso un lp di musica rock progressivo che, pubblicato dalla BBB una piccola etichetta napoletana, non riscuote alcun successo.

E' nel 1975 che James forma i Napoli centrale, una formazione di quattro elementi dediti ad un jazz rock con un chiaro sound  partenopeo. Riescono a pubblicare tre dischi molto apprezzati dalla critica e da una consistente frangia di pubblico. E' in quel periodo che si aggrega alla band un giovane musicista, Pino Daniele, che avrà proprio con i Napoli centrale il suo trampolino di lancio nel mondo musicale.

Negli anni ottanta Senese scioglie il gruppo per poi riformarlo alla fine del decennio con una nuova formazione, nel mezzo si dedica alla propria carriera solistica. Nell'ultimo ventennio alterna progetti solistici a diverse reunion dei Napoli centrale. L'odierna formazione del gruppo vede, oltre che Senese al sassofono, Ernesto Vitolo alle tastiere, Gigi De Rienzo al basso e Fredy Malfi alla batteria.
 
Colgo l'occasione di un concerto a Roma al Rising love per incontrare il mitico James Senese durante il sound-check pomeridiano e fargli qualche breve domanda riguardo alcuni aspetti della sua musica.
 
Intervista a James Senese, Roma 8 novembre 2014
 
 
Ciao James, prima di cominciare, posso darti del tu?
 Certo, anzi devi darmi del tu.
 
Bene, per cominciare voglio partire da una considerazione: a partire dall'esperienza con gli Showmen2 e passando per il jazz rock dei Napoli centrale sei arrivato con i tuoi dischi da solista, come ad esempio E' fernuto u tiempo, ad un sound nel quale sono presenti importanti sperimentazioni elettroniche, che importanza ha per te la cultura della sperimentazione?
Per me le sperimentazioni  sono un fatto naturale, il fatto di utilizzare  determinati suoni  è una scelta precisa che faccio da almeno quarant'anni. Infatti già da allora sperimentavo con il sassofono elettrico ed  il flauto elettronico,  ben prima che arrivasse qui in Italia un certo tipo di musica, a me piace molto trovare nuovi suoni in modo istintivo, naturale.
La tua musica ha indubbiamente una forte valenza espressiva, anni fa hai detto che porta le cicatrici delle gioia e dei dolori della vita , ti poni in un percorso in cui potresti essere descritto come un viaggiatore che percorre la vita cercando di descriverla. Quello che volevo chiederti James è se per te questa ricerca è ancora attiva, c'è qualcosa che stai ancora cercando?
La ricerca è sempre attiva nel senso che quello che vediamo è essenzialmente quello che c'è attorno a noi e questa una dimensione è senza inizio ne fine.  E' chiaro quindi che  la musica che io faccio  nasce da quello che ho percepito nel cuore, ad esempio tendo a vedere il male che a volte trionfa e che è sempre presente ma poi volgo la mia attenzione sul bene che soffre dall’altra parte, questa è  una condizione dalla quale non riesco proprio a  distaccarmi, non posso concentrarmi solo su una parte, è questa la caratteristica primaria della musica che creo.
 
 
 Per le tue composizioni c’è qualcosa o qualcuno che ti ispira?
Assolutamente no, l'ispirazione per me è un fatto naturale, una dimensione naturale che vivo da sempre o almeno da quando ho scoperto di avere dentro qualcosa da dire  e da fare. Ma comunque questa  ispirazione nel comporre parte sempre dal contatto con la realtà mentre non riuscirei a comporre qualcosa mettendomi intenzionalmente a tavolino.
A proposito di composizioni, c’è qualche artista che sta facendo o ha fatto una ricerca simile alla tua?
Simile alla mia no, però mi sento molto vicino ad  Enzo Gragnaniello del quale ho un profondo rispetto e posso aggiungere anche Enzo Avitabile.  Ci sono sicuramente degli artisti che fanno una ricerca finalizzata a comunicare qualcosa di positivo al pubblico. Questo è fondamentale perchè non è importante solo il fatto di suonare, noi infatti ci proponiamo, attraverso la musica, di cercare anche un'intesa con la gente.

Ma c’è un artista con il quale avresti voluto o vuoi collaborare?
In Italia o anche all’estero?
 Perchè no, anche all’estero...
Beh, all’estero c’è ne sono tanti. io ho già avuto l'occasione di  collaborare con diversi importanti artisti stranieri: ho lavorato ad esempio con  Gil Evans andando anche a Umbria Jazz, in America ho collaborato con i musicisti di  Miles Davis. In italia invece è molto più difficile perché non c’è una giusta collocazione musicale, noi italiani siamo dei copiatori, forse Napoli è  l’unica città in Italia dove c’è musica ancora genuina.
 
 
 
 
A proposito di Miles Davis tu una volta hai dichiarato che non saresti stato soddisfatto finchè Miles non fosse entrato in classifica...
E’ vero e poi fortunatamente ci è arrivato con il brano Time after time. (la cover di Cyndi Lauper ndr).
Ma secondo te il contesto musicale italiano è peggiorato o migliorato rispetto a trenta anni fa?
No, devo dirti che sicuramente è migliorato.
Se il sassofono non fosse esistito, tu James quale strumento avresti scelto?
Certamente Il pianoforte, mi piace molto ed ha una forte espressività.
C’è qualcosa o qualcuno che vorresti ringraziare?
(Guardando in alto) Soltanto lui, lu Patreternu!
Progetti prossimi , i concerti con Pino Daniele…
Si,  la reunion avviene ogni anno , oramai è divenuta un abitudine.
A questo punto, mentre James si avvia al sound-check, mi congedo ringraziandolo per la sua grande disponibilità.
 
 

 

venerdì 31 ottobre 2014

Giugno 1965, i Beatles a Roma


I Beatles arrivano all'aeroporto di Fiumicino alle prime luci dell'alba di domenica 27 giugno. Ad aspettarli alcuni studenti inglesi venuti a piedi da Roma e una decina di impiegate della Fao che gridando sventolano i loro fazzoletti.
Prima che i Fab Four scendano dall’aereo, il loro impresario Leo Wätcher percorre da solo il breve tragitto dalla pista all’aeroporto, per controllare che gli ammiratori siano efficacemente trattenuti dalle forze dell’ordine. Quando si convince che è tutto a posto, dà il via e i quattro possono scendere.
Prima dei concerti viene organizzata, all’hotel Parco dei Principi, una conferenza stampa, i Beatles arrivano dopo aver suonato a Milano ed a Genova e Roma è la quinta capitale europea che visitano, Londra a parte. 
Le domande fatte ai Beatles, alla presenza di giornalisti, cineoperatori e una trentina di fan molto emozionati sono più che altro di costume: "Un giudizio sull’esercito, la famiglia e la religione"  "Il primo non è divertente, la seconda è ok, la terza è ottima per chi ci crede" "È vero che mangiate uova di gabbiano per colazione?"  "No, soltanto porridge" "C’è una donna al mondo che sarebbe capace di farvi tagliare i capelli? " "No!".
 
 
 
 
Al  teatro Adriano sono previste quattro esibizioni, per due giorni il quartetto di Liverpool suonerà prima il  pomeriggio poi la sera.  La prima parte dello spettacolo è riservata ai complessi supporters, dopo di che i Beatles saliranno sul palco e chiuderanno lo show. La durata dell'esibizione dei Beatles è di circa 35 minuti.
 
 
 
 
Il primo concerto pomeridiano di domenica 27 giugno registra una buona affluenza di pubblico solo nelle due gallerie del teatro mentre la platea, complice l'alto prezzo del biglietto che tocca le 5000 lire, è semivuota. Inoltre dobbiamo considerare il fatto che la giornata domenicale è piuttosto calda e in parecchi hanno preferito recarsi alle spiagge. 
 
 
 
 
I Beatles rimangono sulla scena circa venti minuti, un concerto più breve del previsto durante il quale Paul presenta in lingua italiana moltissimi brani ringraziando più volte gli spettatori.  E se all'interno la sala non è gremita, fuori del teatro vi sono circa mille agenti, una autoambulanza, più varie camionette e transenne per trattenere la folla, ma questo grande dispiegamento di forze rimane inoperoso dato che, a parte qualche strillo ed urlo da parte delle fans più accanite,  non succede assolutamente niente.
 
 
 
 
Il concerto della serata vede la presenza di molti snob della scena capitolina, qualche diva del cinema, tra cui Catherine Spaak e diversi  “osservatori del costume". Tra i tanti giovani presenti troviamo anche Marina Marfoglia, futura attrice, cantante e ballerina, che i concerti li vede tutti e quattro ed incontrai Beatles al Club 84: "Paul fece subito il lumacone" racconta oggi, "Ma io volevo conoscere John".
 
 
 
 
Per il secondo giorno, ad evitare che il teatro Adriano resti semivuoto come il giorno prima, l’impresario decide di ridurre i prezzi dei biglietti da settemila a duemila lire.
I Beatles salgono sul palco vestiti di nero, con l’abbottonatura delle giacche altissima, camicia bianca e cravatta nera e con ai piedi i loro soliti stivaletti.
 
 
 
Paul sta sulla sinistra del palco, il taciturno George staziona al centro mentre  John, con il cappellino in testa, ammicca ai fans dalla destra del palco. Durante l’esibizione serale si susseguono scene di isterismo collettiva, ora i palchi sono un’esplosione di bocche vocianti e di braccia protese, tutti i presenti conoscono le canzoni a memoria e gli basta il titolo annunciato per cadere in delirio. Baby's In Black,  I Wanna Be Your Man, A Hand Day's Night si succedono velocemente, c'è spazio anche per un brano inedito, She's A Woman, che in Italia non è ancora uscito, il pubblico in platea dopo la sorpresa iniziale si scatena ulteriormente.
 
 
Il 45 italiano di She's a woman con in copertina i Beatles  a Milano.
 
 
A dieci minuti dalla fine Paul fa capire che è ora di smettere, che è ora di andare a letto, inclinando la faccia verso destra sulle mani giunte. Poi annuncia in italiano «l’ultima canzone» e terminata Long tall Sally i Fab Four raccolgono velocemente i loro strumenti ed escono di corsa dalla scena.
 
 
 
Oscurata ora la scena, sul teatro grava un anomalo silenzio; non più un grido, un richiamo, solo il leggero brusio della folla che si avvia all’uscita.
Il giorno dopo alle 11:35 i Beatles decollano da Fiumicino per tornare in Francia a Nizza  dove li aspetta un altro concerto.
 
 
 
 
Teatro Adriano - Piazza Cavour Roma
27 giugno 1965, due concerti:  pomeridiano  ore 16:30,  serale  ore 21:30 
28 giugno 1965, due concerti:  pomeridiano  ore 16:30,  serale  ore 21:30 
 
 
 
Organizzazione del tour italiano:
 
Impresario: Leo Wätcher
 
Presentatori: Rossella Como e Lucio Flauto
 
Sovraintendente: Valerio Vancheri
 
Accompagnatore: Gianni Minà
 
Supporters: Le Ombre, I Giovani Giovani, Guidone e gli Amici con Angela,  i New Dada, Fausto Leali e i Novelty, Peppino Di Capri ed il suo gruppo.
 
Scaletta dei brani: Twist And Shout, She's A Woman, I'm A Loser, Can't Buy Me Love, Baby's In Black,  I Wanna Be Your Man, A Hand Day's Night, Everybody's Trying To Be My Baby,  Rock And Roll Music, I Feel Fine, Ticket To Ride, Long Tall Sally.