mercoledì 7 gennaio 2015

Intervista a James Taylor leader del JTQ

 
James Taylor durante i primi anni ottanta è il tastierista del gruppo rock inglese The Prisoners e nel 1987, dopo lo scioglimento della band, decide di fondare un suo gruppo; il James Taylor Quartet. La musica proposta è prettamente strumentale ed è ispirata alla musica funk dei film blaxploitation degli anni settanta ma anche al soul R&B dei Booker T. & the M.G.s. La passione per i temi cinematografici si manifesta già nel primo lp della band, Mission Impossible, una raccolta di cover di sigle di film  eseguite con l’hammond, la chitarra elettrica, il basso e la batteria. Con il tempo la reputazione del gruppo cresce grazie anche agli innumerevoli concerti  basati  su sonorità funky wha-wha che includono ampi spazi per gli assoli e un attivo coinvolgimento del pubblico.
Agli inizi degli anni novanta il gruppo cambia sound, includendo nella formazione anche cantanti come Rose Windross, Alison Limerick e Noel McKoy. Il singolo Love The Life raggiunge un buon livello di vendite , ma  è soprattutto l'album In The Hand Of The Inevitable, sull’onda del movimento Acid jazz, il disco più venduto del gruppo.
Nel nuovo millennio avviene un nuovo cambio di direzione verso un sound più funk e strumentale ed un ritorno alla originaria formazione a quattro, almeno per quanto riguarda i concerti dal vivo.
La band inglese si è recentemente esibita dal vivo a Roma al Rising love e Musicittà ha avuto modo, durante il sound-check pomeridiano, di avvicinare James Taylor per fargli qualche interessante domanda riguardo la musica e la storia del JTQ.
 
 
 

Intervista a James Taylor del James Taylor Quartet

 


 
MUSICITTÀ: Ciao James, siamo veramente felici di incontrarti.
Vorrei iniziare chiedendoti come hai fatto a mantenere intatta la tua passione, che si manifesta ad ogni concerto ed in ogni tuo album, per più di un quarto di secolo. Quale è il tuo segreto? Da dove trai la tua  ispirazione?
 
JT: Dalle persone, dal coraggio umano e dalla speranza. Sai mi riferisco alla gente comune che affronta la disperazione della vita rimettendo tutto in gioco. I musicisti spesso riescono a riflettere ciò che accade intorno a loro.
Inoltre devo dirti che un'altra fonte di grande ispirazione era mio padre, lui era un uomo veramente in gamba. Mi ha sempre spinto a creare cose belle, in particolare ad avere un ottimo  rapporto col pubblico. E’ quindi per me veramente profondo ed appagante riuscire  a fare qualcosa di bello.

 
MUSICITTÀ: All'inizio della tua carriera facevi parte del gruppo "The Prisoners”,  eravate una  band che si ispirava al Beat  ed al Soul degli anni '60, ci sono dei dischi di  quegli anni a  cui ti senti particolarmente legato?
 
 JT: Sì, miriadi, soprattutto da bambino. In quei tempi ero molto attaccato ai dischi dei Beatles e dei Rolling Stones. Molti di quei dischi per me sono ancora preziosi, ma non li ascolto più, ed è per questo che non me la sento di dire che sono particolarmente affezionato ad essi, anche se fanno comunque parte del mio percorso formativo. Ricordo che ero letteralmente infatuato della musica in cui vi erano le tastiere. Poteva anche  essere musica rock degli Stones ad esempio, ma se il disco aveva l’Hammond allora lo dovevo assolutamente avere.
 


Ian McLagan tastierista dei Small Faces


  
MUSICITTÀ: Saprai che alcuni giorni fa ci ha lasciato  Ian Mc Lagan il tastierista degli Small Faces.

JT: Oh Ian, lui era assolutamente un eroe per me.

MUSICITTÀ: Devo dirti che io sono una fan degli Small Faces.

JT: Anch'io. Infatti quando mi hai posto la domanda ho pensato che stavate per chiedermi se ci fosse stato un disco fondamentale per me e allora ti avrei detto "Ogdens' Nut Gone Flake". Oh, il modo con cui lui giocava con  i suoi strumenti, perché  si tratta di un sound complesso ed interessante e quando lo ascoltavo mi chiedevo "ma come fa ad ottenere quel suono da quell'organo?" E questo vale anche  per "Up The Wooden Hills to Bedfordshire" e per tutta la musica in cui si è esibito. Penso che fosse un ragazzo eccezionale. Ma purtroppo non ho mai avuto il piacere di incontrarlo personalmente.
 
 
MUSICITTÀ: Quale e’ stata la sua influenza su di te?

JT: Ha avuto una massiccia influenza su di me. Quando stasera suoneremo sentirete un pò di Ian Mc Flagan.
 
MUSICITTÀ: Tornando alla tua musica, devo dire che il modo in cui tu fondi jazz, R&b e funk non rende affatto facile descrivere il tuo sound. Comunque da un punto di vista femminile ho notato che riesci a dare grande spazio al romanticismo. Come fai a combinare ritmo e sentimento?
 
JT: Questa e’ una domanda veramente super! (rilasciando una risata contagiosa!) Nei miei dischi intendi?
 
MUSICITTÀ:  Specialmente sui tuoi album. Si.
 
JT: Stiamo parlando di un’area veramente interessante da esplorare,  penso che il trucco sta nel mantenerli separati, puoi solo  contrapporli e vedere la loro reazione se riuscirai ad avvicinarli. Stasera inizierò il concerto partendo con un tono pacato con un’intensità ritmica piuttosto bassa. Si tratta di un sound che definisco sentimental-impressionista. Il mio più grande eroe è Beethoven, lui riusciva a combinare il sentimento col romanticismo. E lo faceva passando dal sentimento a qualcosa di muscoloso, molto potente, e poi dopo passava a qualcosa di molto gentile, una sorta di bipolarismo puramente geniale.
 
 
James Taylor
 
MUSICITTÀ: Ascoltando i tuoi dischi sembra che ti piaccia molto fare cover di brani polizieschi, puoi dirci quali sono i criteri che segui nella scelta dei brani?
 
JT: Quando ero bambino eravamo letteralmente sommersi dai film polizieschi americani e spesso questi film facevano un pò schifo però le musiche erano splendide, e chi le scriveva?  Lalo Schifrin, lui si che era un genio ed infatti siamo ancora attratti  dalla qualità della sua musica.
Noi comunque, nei concerti, le cover le usiamo principalmente come “gancio” per quella fetta di pubblico che non ci conosce. Una parte del pubblico ci segue e sa tutto di noi, altri conoscono solo alcuni nostri brani. Le eseguiamo quindi per far interagire e rendere partecipe il pubblico e le decidiamo sul momento dato che non abbiamo una scaletta scritta. Sono gli spettatori a richiedercele e anche questo fa parte della nostra connessione con loro.
 
MUSICITTÀ: Hai anche partecipato ad una e vera propria colonna sonora, quella di Austin Powers. Ti è piaciuto il film? Come è stata la tua esperienza con l’industria cinematografica? Che differenza c’è nel lavorare per una grande produzione cinematografica rispetto a lavorare ad un album come The Money Spider*?
 
 
 
James Taylor ci invita ad allontanarci dal palco dove sta cominciando il soundcheck, ci accomodiamo quindi nel backstage del locale.
 
JT: Lavorare al film non è stato molto piacevole. Si appoggiavano su di me cercando di carpire le mie idee. Devo dire che mi hanno pagato molto bene ed è stato sicuramente gradevole essere invitato alla premiére del film assieme a mia moglie ma non ho tratto alcun giovamento da quell’esperienza hollywoodiana. Non mi hanno mai dato lo spazio di cui necessitavo  e alla fine suppongo che per me questa esperienza sia stata una rivelazione su come funzioni il mondo del cinema. Quindi ad  essere onesto con te devo dirti che mi sono sentito usato da quell’ambiente. Invece scrivere Money Spider è stato emozionante in quanto non avevo alcun vincolo, contava solo l’immaginazione e io credo molto nel suo potere.
Quando la tua ispirazione ti fa scaturire musica dalla visione di una o più immagini , allora è sicuro che otterrai, prima o poi, il favore del pubblico. Questa è stata l’abilità di gente come Lalo Schifrin che era capace di lavorare, colorare e drammatizzare una storia. E’ una strada molto interessante da percorrere. C’e’ molta gente in gamba che lavora proprio in questo campo.
 
 
 
 
MUSICITTÀ: Nel tempo il tuo sound si è progressivamente evoluto includendo anche fiati e vocalizzi. Possiamo comunque dire che il James Taylor Quartet è rimasto il tuo “Marchio di Fabbrica”?
 
JT: E’ da sempre rimasta la mia forma preferita di esibizione visto che la gente ama ascoltare l’Hammond. Sono stato strattonato in varie direzioni, ho flirtato con molte idee. Ho suonato in posti diversi. Ho lavorato con un’orchestra, con un coro ed il quartetto allo stesso tempo. Abbiamo lavorato anche con cento elementi sul palco. Ma il JTQ rimane il mio preferito.  Le persone che vengono ad ascoltarci  vogliono sentire l’organo, vogliono ascoltare quel suono. Ed è l’esperienza che più mi diverte. E’ la più pura e la meno corruttibile forma musicale che possiamo esprimere ed è la musica che ci piace fare di più.
 
MUSICITTÀ: La tua musica, in circa venticinque anni di carriera, si è progressivamente evoluta e con essa sono aumentati gli impegni e le fatiche.  Come fai ad ottenere il meglio dal tuo gruppo dopo tutti questi anni? Ci deve pur essere una sorta di disciplina.
 
JT: La collaborazione con altri musicisti su progetti musicali a lungo termine è molto fragile. C’è molto da viaggiare, molto tempo da passare in sala di registrazione e la scintilla creativa deve rimanere intatta. Non si tratta solo di talento, ma anche e soprattutto di professionalità e questi ragazzi non sono solo profondamente talentuosi  ma anche molto seri nel loro mestiere, sanno chi sono e cosa vogliono.  Vedi,  l’artista che sale sul palco è un po’ freak, oserei direi un pazzo.  In un certo senso suonando tira fuori i suoi demoni e il tutto diventa veramente bello e positivo fino a trasformarsi in un qualcosa molto vicino ad una lode.  Ed è per questo che il rapporto tra musicisti ha permanentemente bisogno di essere seguito in modo attento e delicato, è come un ballo. Tu sei molto sensibile nei loro confronti e loro lo sono nei tuoi. E se si riesce a stare sulla stessa lunghezza d’onda allora si può fare un buon lavoro insieme.
 
MUSICITTÀ: E questo spirito si avverte. Sembra che tu voglia abbracciare il tuo gruppo come se fosse la tua famiglia. Certo ci saranno stati dei momenti dove magari ci siete andati giù di pesante. Ma cosa succede quando si arriva ad una rottura, quando si perde un elemento a cui si è veramente legati?
 
JT: Perdere un musicista a cui vuoi bene, può veramente spezzarti il cuore. E’ molto doloroso. La mia idea è quella di creare qualcosa di umanamente adeguato. Spingerli ad salire sul palco per dare tutti il nostro massimo mi eccita moltissimo, come fossi un bambino, come mio padre ha fatto per me.
 
 
 
 
MUSICITTÀ: Sai apprezzo molto il fatto che tu parli di tuo padre nel modo in cui lo fai. Deve avere ancora un impatto positivo su di te. Abbiamo avuto modo di parlare con altri artisti che non si sono mai aperti così spontaneamente riguardo il loro background. Perciò volevo solo dirti che tuo padre sarebbe orgoglioso del lavoro che stai portando avanti e del fatto che tu lo ricordi spesso.
 
JT: E’ vero.  Ciò che vendo è  l’amore di mio padre.
 
 
MUSICITTÀ:  Se mi permetti devo dirti che non lo stai “vendendo” ma trasmettendo.
 
JT:  Hai perfettamente ragione, io trasmetto l’amore di mio padre.
 
MUSICITTÀ: Nel novecento l’Italia ha dato i natali a grandi musicisti come Piero Umiliani, Ennio Morricone, Armando Trovaioli & i Marc 4, Piero Piccioni ed altri,  ma tutti questi maestri, per varie ragioni, hanno ricevuto più riconoscimenti all’estero che in terra propria. Tu cosa ne pensi della loro musica?
 
JT: Davvero, non lo sapevo. Io odio questo. Quello che mi dici è molto triste perchè io adoro la loro musica, credo che il loro segreto era di saper armeggiare la tradizione operistica di Verdi , sapevano come drammatizzare  e come dipingere i loro sentimenti in musica.  Verdi per me è il re. Verdi a tutt’oggi influenza tutti i tipi di colonne sonore  ed è il mio numero uno, più di Beethoven.  Perché è riuscito a portare avanti la parte emotiva fino nelle sue parti più circoscritte.
Giuseppe Verdi e’ stato un uomo che conosceva bene cosa fosse la disperazione. Perse la moglie ed i figli prima di diventare famoso, e come compositore ha sempre combattuto per essere accettato.
 
MUSICITTÀ: Durante gli anni ’90 hai proposto un sound diverso rispetto ai tuoi esordi, proponendo spesso vocalist femminili, per poi ritornare ad una musica più strumentale. Che ricordi hai di quel periodo?
 
JT: Bè, ero molto giovane e quello fu il periodo della mia perdita dell’innocenza.
Fu come per Cesare attraversare il Rubicone e dopo non vedevo la via di ritorno. E’ stata la mia “fase edonista”.  Ho iniziato allora ad avere successo ma sono diventato tossicodipendente. Sono riuscito comunque a venirne fuori e rimettere le cose a posto. Ma c’era parecchia schifezza in quegli anni specialmente nell'ambiente dei musicisti. Infatti, il successo e la fama sono solo un mito. I miei ricordi felici appartengono al periodo precedente.
 
 
 
MUSICITTÀ: Ultimamente, hai incluso nella tua ricerca alcuni brani di impostazione classica come ad esempio "Dark August" e "Pearl’s Dance" ed hai interpretato la tua versione della “Pathetic Sonata n.8” di Beethoven su Closer to the Moon. Pensi che questa possa essere una nuova direzione da intraprendere o è solo una pausa nella tua ricerca funk & soul?
 
JT: E’ come riconoscere l’esistenza di estremi livelli di bellezza artistica, livelli che oggi raramente possono essere percepiti. Come musicista voglio continuare a comporre musica e continuare a  creare “sound sculptures”  seguendo la tradizione della musica creata dai grandi musicisti in modo che essa viva per l’eternità.   E questa è la direzione verso cui sto lavorando.
 
MUSICITTÀ: Nel tuo ultimo album hai deciso di cantare  “Closer to you”, ebbene, sei soddisfatto del risultato?
 
JT: No, non sono rimasto soddisfatto.
 
MUSICITTÀ: Pensi che canterai nuovamente?
 
JT: La voce è solo un altro strumento, solo che non lo so ancora usare bene. Ma comunque canterò ancora, lo farò stasera.
 
Il Quartet al Rising Love
 
MUSICITTÀ: Be’ credo di aver preso un bel po’ del tuo tempo e ti ringrazio per aver risposto a tutte le nostre domande.
 
JT: Devo dire che erano veramente ottime domande.
 
MUSICITTÀ: Grazie James, sono contenta che l'intervista ti sia piaciuta!
 
Intervista di Marina Parigiani

Per leggere l'intervista originale in inglese clicca su questo link
 
*Per chi non lo sapesse il 33 giri Money Spider fu concepito come la colonna sonora di un immaginario film di spionaggio.

 
 
 
 
 
 
 
 

 
 

 
 

 

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